Chakama

è mattino a chakama, e il sole che già rischiara si appresta ad illuminare. Una ragazza è un poco triste è davanti la porta dove c’è una scuola. Un suo coetaneo è insieme ad altri e mostra l’orologio che porta al polso. Un adulto guarda un poco incerto come se non volesse dire io sono qui e qui accade qual che accade, succede a me come ad un altro, quando succede. La terra non sporca i piedi se ci cammini scalzo, li tinge, colora di rosso. A Chakama la luce del giorno non spegne le lampadine elettriche della notte. Tutto comincia con alcuni suoni, poi le persone con le case in mattoni come scarsi edifici, si siedono o escono per cominciare il giorno. I “villaggi” con le case di terra e fango, sono da presso e frammiste nello spazio dell’Africa. Lo spazio è così molto più grande di questo piccolo luogo descritto con gli abitanti che vi vivono. A Chakama manca una persona e gli amici e chi l’à conosciuta è lì che spera e aspetta, prega. Per questo se accadono certe cose non è triste per le cose la ragazza dinanzi la scuola. L’amico di stanza forse non rimpiange il suo letto, i bambini forse non capiscono perche debba accadere così, ma che facciamo, si può immaginare pensino. A Chakama non sappiamo quando sia accaduto quel fatto, sembra che soltanto lì lo si sappia, gli altri nel mondo potrebbero conoscerlo in ogni altro istante del tempo, letto o raccontato, come fossero le stesse voci che sanno ch’è accaduto. Come se i giorni stanno ovunque ma pochi sanno. A Chakama una giovane donna si è vestita come se dovesse mediare tra la cultura e lo spazio, come se rappresentasse lo spazio fuori dalla cultura. Vestita da regina, o Dea sacrificale e simboli ancestrali e tempi della fede, come posizione o presenza. Lei forse con questo à mediato la frutta e il pomodoro, come per sentire che il colore è come il tempo. Come fosse un fuitina che non rappresenta ma comunica. E allora anche se non gioco, certo allegria, sicuramente confidenza. Dove nasce allora l’occultamento, da una reazione delle cose senza conoscenza, da intenzione d’intendi che non sono dove sono queste persone. Dal corpo come pretesa o simbolo, dal possibile “intermedio” che copre tutto per ristabilire un senso alla persona, di volontà o coscienza o pensiero, risolve o è augurabile. Un lavoro quella della mediazione come un linguaggio decodificato e uniformato, sembra una carriera sulla possibilità del non senso, o un conflitto su cui pensare. Ma c’è di mezzo la vita della persona che trasforma e cambia e vive altro o sceglie altro, la libertà come il sentimento. Ma il costrutto si muove e non differenzia, si rappresenta non a soggetto ma è ad incombenza. Allora chi rapisce Silvia Romano cerca o esegue – sta dove le persone cercano di differenziarsi dalle ipotesi come della coscienza, come di un villaggio mussulmano dove si spera si risolva ciò che non gli è proprio. Come dell’ipotesi della presenza a Chakama di persone note perche in passato aderenti a gruppi di propaganda estremistica, viste aggirarsi nel posto. Ma la sostanza dello spazio nel tempo e nell’intenzione, ci dice di chi può imprigionando ma non fa. Il tempo tra l’esecutore e il mandate è in un rapporto o in un controllo, il collasso dell’esecutore è palese o rappresentabile, il possibile che non sa dove fa a finire che coercizione di pensiero trova per risolvere un pensiero complesso e globale, ma una reale possibilità che la vita che imprigiona dà. La strada del possibile porta alla coscienza quella dell’impossibile alla dispersione. Se dovessi esprimere un mio convincimento in questo momento è quello che l’umana possibilità di darsi possa condurre la libertà stessa alla liberazione di Silvia Romano.

kenia Africa e Silvia

 

Il Kenia è un paese tra quel che c’è e quel che appare come possibile questa storia visuale tra un moderno e un passato trova già molte contraddizioni perche forse è determinante. Un pastore sarà sempre un pastore, come l’elettricità della pioggia possibile. Difatti l’elettrico come domestico, inteso per oggetto è molto vicino all’essere come il passo e il giorno del pastore voglio dire l’energia elettrica necessaria per il funzionamento è nello stesso peso del suo passo. Ciò è soltanto energia elettrica con questo la persona è più aperta alla comunicazione distante, con il mondo. Ciò non differenzia il tempo seppur per ovvie conseguenze lo accelera. Ma tra quel che si immagina e quel che si è questa velocità è soltanto immaginaria. Tra L’essere vicini nel pensiero e lontani con il suono delle parole vi è soltanto la natura, una natura che appare più elaborata o meno in riferimento a quello che con l’elettricità naturale dell’universo abbiamo trasformato e ciò per la natura stessa del nostro stare. Per questo è immaginaria la velocità, se ti sono vicino il tempo non può essermi lontano, lontano è il suo uso nel riferimento al nostro poter essere vicino. Ora quel che appare leggero elettricamente è più vicino alla natura in quanto manufatto, come tra la differenza del suono di uno strumento elettrico o acustico. Il suono, la parola e lo sguardo, sul sorriso o il mondo della natura, questo che ci dà la vita del corpo, fa sì che il corpo umano sia nel corpo umano e con esso senza nessun altra mediazione, tra noi e il prossimo e lo spirito di Dio in noi sia esso manifesto o invisibile. Il progredire per esistere nel corpo è leggero e leggero il suo sentimento, può apparire per questo incredibilmente fragile e per ciò armonico e naturale. Nella forza e l’equilibrio spesso infrange dei tempi come apparissero primi rispetto ad altri, in realtà sono dove sono perche sono in quel che sono, spesso utili ma anche infrangenti se violenti, forse immaginari, ma più illusori, come se si è e si percepisce in conseguenza soltanto senza presenza d’animo che interiormente ci fa comprendere.

L’Africa, tra savana e deserto è la sua stessa natura un equilibrio con l’aria e il mare. Camminare nelle città sembra essere altrove ma lo spazio e il luogo sono con questo. Ora mentre in Congo si piantano alberi vicini a fiume in Mauritania San Mauro fa presenza nella difficoltà del deserto. Sicuramente se la sabbia è la materia “fossile” più abbondante in Africa ve ne sono altre che sono ben più transitorie per la vita.

Silvia, l’ultima volta che sembra che sia stata incontrata, è stato nei pressi di un fiume dove chi del posto cercandola per liberarla à visto con strana sorpresa i sui “fratelli” sparagli come per ucciderlo, per poi far sentire i loro spari ancor più nell’ambiente della savana. La determinazione e il riuscire in questo mi appare ancora molto legato a qualcosa di voluto e cercato. Gli amici di Chamaka di Silvia dissero che queste persone volevano e cercavano dei soldi, si è parlato anche in modo rapido, ma le conoscenze che avevano di Silvia Romano riguardo tale proposito non potevano essere così efficienti al riguardo. L’impossibile confusione si può essere determinata quando Silvia Romano aderì ad una raccolta fondi su di un circuito internazionale probabilmente consigliato da una amica di un altra organizzazione, in cui si pubblicizza che 30 secondi si può instaurare il rapporto che non vuole dire avere i soldi. Del resto s’è per un furto non si comprende perche lasciano il disco rigido nella stanza ch’è sempre un oggetto commerciale, ma forse non lo ànno visto, tutto è avvenuto all’aperto. Silvia Romano à una omonima che per un certo periodo lavorò per una associazione medica presente in Africa. Silvia Romano in sé è quella che appare come la vediamo nel villaggio di Chakama. Se avesse fatto quello che fa non in quel letto di Africa Milele, sarebbe stata una persona insieme ad altre persone certamente esposta al pericolo di una rapina pur vivendo con quei bambini. Forse non sappiamo se la veste il deserto o la savana, o se gli africani la proteggono e la libereranno, se qualcuno dovrà andare a prenderla o tornerà a piedi. Si crede che ciò che unisce e che differenzia di tutte le storie che si sono ascoltate in questi periodi, aprano il cielo come il sorriso.

Silvia Romano

Silvia Romano è il nome di una giovane donna ch’è visto pubblicato sulle pagine dell’informazioni dopo che un gruppo di persone armate, sparando e intimidendo chiunque l’anno fisicamente presa, portandola via da Chakama un paese del Kenia, dove viveva. 

Cercando il nome di Silvia Romano in internet possiamo sapere che è in un profilo Fece Book e in una associazione che si chiama africa Milele di Fano, in Italia. Abbiamo alcune informazioni sulla sua vita professionale e scolastica e delle lettere twitter in cui presenta quel che fa e aperto uno spazio aiuto economico credo PayPal per comprare un raccoglitore per l’acqua. Nelle scelte del suo profilo vi sono quelli che lei immagina possano avere un modo per dare consapevolezza in qualche forma di aiuto alle persone del posto con cui lei vive insieme.

Silvia Romano dopo una breve esperienza in Africa presso un altro profilo organizzativo va a Chakama perche dice che lì tutti gli vogliono bene e perche vuole essere più vicina e forse sola in questa esperienza, quindi parte a sue spese vivendo così a sue spese nel modo di quel luogo. è lì insieme a dei bambini orfani cui cerca d’insegnare grammatica ed espressione passando il tempo con gli amici del posto.

Silvia Romano è un viso insolito nel panorama delle abitudini pubblicitarie ei riferimenti linguistici del Suo volto, sono consoni perche meglio riferibili qualora si volessero più specificatamente invece che in modo generale. E difatti dopo il sequestro vi è una giornalista araba che fa riferimento ad un programma sul Behaviorismo dei comportamenti e delle relazioni prossime o intime in una platea insolitamente mussulmana. E con un commento che cerca di riportare tutto al senso pratico per chi ascolta dal televisore.

Il Rapimento di Silvia Romano è avvenuto in un momento in cui l’aria marchigiana di riferimento da cui è partita come organizzazione era sensibile per più motivi anche internazionalmente, per una operazione sul traffico della droga conclusasi con sequestro e arresti anche prima della consegna – ma prevedibilmente il rapporto soldi scambio à relativizzato anche gli arresti. Sul mediterraneo ci sono avvenimenti che sembrano disarticolati e senza un collegamento diretto tra loro, ma si concatenano.  In mezzo al mare c’è una nave ong con dei bambini, da lì a poco in Marocco vengono uccise da una raggruppamento di rancore personale due donne Una Norvegese e una Danese, nel tragico modo ascoltato in altre occasione, o meglio soltanto una delle due in tale modo, così sembra essere stato detto. Poi ci sono altri rapimenti oltre quelli che già vi erano in altre logiche organizzative.

Silvia Romano è così felice che la gioia che sente la fa sentire vicina alla sua famiglia, alle persone con cui vive in quel luogo e vive e agisce avendo nel cuore soltanto la profondità autentica che trova nelle relazioni che à. Sa di essere lontana e sperduta che nessuno nel mondo sa che sta facendo e che quel che fa è dentro di sé. Un modo diverso dalla palestra in cui lavorava nelle relazioni tra quel cha si e che si fa, quasi non ci fosse né una mediazione né un tramite è sola e sa soltanto che ci sono le persone che le sono vicine è felice e ce lo comunica dicendo nei suoi messaggi quel che sente e con chi e per che non per chi. Ancora sente se stessa come potrebbe non esserlo dalla differenza del clima invernale da cui viene. Giungono i rapitori sparano e feriscono alcune persone, poi si chiedono tra loro se fosse, unica milanese in quel contesto, rapidamente la prendono intimidendola dicendo al villaggio che vogliono soldi, la portano via anche nella resistenza di qualche suo amico. Chi sono che stanno facendo, costoro, è evidente che agiscono non proprio per proprio riferimento che sapevano che le persone si sarebbero opposte e perche ànno osservato Silvia Romano. Sono ragazzi della giungla finiti in un altro mondo, credono e immaginano qualcosa di questa persona e perche non percepiscono quel che realmente c’è in quel luogo. Silvia Romano diviene dirompente come persona che ride, che pensa che sogna, che vive.

video Rai Silvia Romano

Il lavoro, il lavoro aggiunto e un poco di quadagn

Spett.ma Redazione Di MILANO,

Ho letto sul Vs. Giornale […   Venerdì 30 ottobre pag. 6:

“… In negozio le tasse non finiscono mai….”  – Si paga tutti i giorni – Il Signor F.S. si è dimenticato i trimestri ufficio commercialista, che non sono cifre da poco.

Sono anch’io una commerciante con 35 anni di attività e di contributi sempre versati. Sono andata ora in pensione con lire 516.935 mensili. Ho cercato e cerco con tutte le mie forze di mantenere in efficienza l’attività con tanti sacrifici e rinunce. Basti pensare che non mi sono mai presa il lusso di chiudere per ferie. Ho avuto tre gravidanze ma non ho usufruito di nessuna maternità. Grazie al buon Dio che mi ha dato la salute, anche tutt’ora è così. Quando arriva l’influenza prendo un’aspirina e apro il mio negozio, seguitando ancora a pagare tutti i contributi richiesti. Tutto perche contavo di lasciare l’attività a mio figlio disoccupato. Per farla completa faccio parte degli alluvionati del Fiume Tronto del 10 Aprile di Porto D’Ascoli (A.P.) cm.130 di acqua (allego foto). Fra non molto con la minimun tax dovrò abbassare le serrande. Per me non ci sarà buona uscita. Tutto finirà così – questo è il destino del commerciante “piccola impresa”.

Si mette in dubbio che non possiamo vivere con 700 mila lire mensili. Questo quando detto in una conferenza televisiva. Si da invece certezza che dobbiamo vivere con la pensione che come ripeto è di l. 516.935  = mensili. Quello che si denuncia non ci si può vivere: con quello che ci danno ci dobbiamo vivere. MEDITATE GENTE

Vi ringrazio dell’accoglienza tra Voi.

Sprono tutti i commercianti a non prendersela più di tanto.

In fondo arrivare a questo punto è stata una nostra scelta, ed ora abbiamo quello che meritiamo

Cordiali saluti

[…….

 

 

il resto fosse un poco o tanto di decadenza burocratica che non conosce la misericordia avuta, ch’è soltanto di Dio. ma! fortuna che sia un concetto. è arte è arte. teniamola un poco da parte.

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Donar Leo il tappetto di capodanno

Egidio che posso dirti mi succede tutte le notti che mi pare che sia il giorno uguale alla stessa notte. E il mattino, il mattino mi sento come tutta la notte.

Leo e certo mi sembra sentire qualcosa che suona ma non si ascolta, che mi tocca mettere a posto cose come non mi accadeva prima sono come nuove perche quel che non serve più, non serve riordinare, che mi sembra un nuovo ordine di fare tutte le cose come le stessi facendo ora, come mai prima di ora.

Egidio, come se la casa mi cade in testa e mi sveglio con il rumore e la mattina piango perche vedo che non posso tornare nella mia casa, è troppo rotta.

Ma dimmi Leo se potessimo fare qualcosa lo potremmo anche fare, e che per questo mi viene in mente una certa cosa.

Egidio dimmi cosa possiamo fare, fosse che riusciamo a risolvere questo che ci successe, come ora che ce lo raccontiamo.

Allora, ascolta Donar Leo che faremo. Questa notte quando avverrà che gli incubi ti assaliranno non svegliarti, ma nel sonno insieme ad essi esci di casa e aspettami sull’uscio e quando sarò giunto, insieme io e te proprio come ci vediamo adesso andiamo in cima al vulcano e gli diremo. Senti Etna adesso voglio un poco dormire e per questo ti metto un tappetto, quando ci saremo destati Donar Leo ed Io, Egidio verremo a toglierlo.

Così, Leo ed Egidio si salutarono con la promessa di rivedersi nella notte come stabilito e così fu.

un racconto di natale

Che dire quando le cose che accadono fanno impressione. Così stavano a dirsi gli avventori o i residenti delle chiacchiere nel bar di Gege. Disse un altro ma è una storia di tanto tempo fa chi vuoi che ci faccia ancora pensiero tanto da impressionarsi. E certo rispose un altro, ma il quadro l’occhio nero sta proprio dove stava quando gli fu fatto da quel detto Beppo il vasaio. Ma chi dici Beppo il marito di Assunta? Questa espressione, fece un gran clamore di risate. Il Beppo e il quadro di cui si parlava, era del 1400, quasi 1500. Ma fu proprio quel Beppo a fare l’occhio nero al quadro. Come raccontavano i miei nonni, questo Beppo faceva insieme alle pentole – e i tuoi nonni, lo interruppe un altro, ma se i tuoi nonni sono dell’altro ieri – e certo ma la storia che mi raccontavano era quella di Beppo, quando fu nel 1400, quasi 1500. Allora come dissero i miei nonni, il signor Beppo faceva anche piccole oggetti e anche di più grandi, come statue e statuette, con la creta di Dio come lui la declamava mentre la usava. Ma queste cose che a lui così tanto piacquero erano cose che lui di forza si può dire e ragione regalava, tanto che si accorse che erano più i regali che faceva che le pentole che erano di gran durata tanto ben fatte. Così, un bel giorno per questo suo fare si accorse che aveva più spese che guadagni e che un di più di provviste e spensieri chiamava le giornate libere, non gli bastavano o meglio non c’erano. E così un giorno nei suoi pensieri incominciò a dirsi, così come pensava: Io sono una pietra, tu sei una pietra, egli è una pietra, noi siamo pietre, voi pietre, essi sono tante pietre. Poi pensò: Io ò una pietra, tu ai una pietra, egli a una pietra, noi abbiamo una pietra, voi pietre avete, essi anno pietre. E mentre tutti questi pensieri si affollavano nella testa di Beppo, passò nella sua bottega un messo dello stato e, che gli disse che doveva del denaro alle terre della creta a chi più ne aveva offerta ch’era la tassa sul bisogno della materia. Beppo nel sentire il messo disse, volete un bicchiere di vino che non ricordo neanche chi sia il padrone delle terre, che mi donò la creta per fare le cose che feci. Vi ringrazio ma non mi spetta bere vino e le opere che avete fatto sono fatte e non vi modo di rimetterle nella terra e quindi lo stato chiede il suo abbisogno alle vostre opere perche dice di avere necessità. Beppo, guarda il messo ed esclama, eppure non avete bevuto il vino che vi offersi, ma parlate da ubriaco non poco di quale tempo state voi parlando, non capisco e soprattutto di chi se io son qui? Ma del tempo di chi dice ciò ch’è giusto e ciò ch’è sbagliato. Ma gentile messo, detto come lo avete detto voi sembra cosa logica, ma di chi sono le cose fatte e di quel che io sono non mi sembra di capirlo da quel che dite voi e neanche di ciò ch’è possibile fare, almeno per parentare la giustizia con la vita mia, ciò ch’è dono è dono, come ciò ch’è vivere è vivere, così io veci con il bisogno. E allora perche il vostro bisogno non doveva capire se dovesse esserci senza se io ci fossi, così avrebbe inteso cosa sia possibile per ella chiedere e per me dove essere. Comunque disse il messo, questo è quando io abbisogno da voi se volete darmi altrimenti vi tocca lavorare per me senza compenso per le necessità che lo stato vorrà chiedervi. Beppo lo guardò ancora e disse ancora, siete sicuro di non avere bevuto prima che veniste da me? il vostro di ora ragionamento mi sembra ancora più ingarbugliato del precedente. E se io vi avessi dato parte del mio dono, voi avreste poi restituito questo mio. Il messo rispose, se il dono è dono non è certo per denaro che si fa l’accordo, se il patto è libero non dovere o obbligo mi appartengono per qualsiasi regola vi possa essere e con codesto pensiero consegna a Beppo il documento che non sa. Beppo così tornò a pensare a quel che aveva in mente prima che giungesse lì il messo del comune. Nella mano aveva della creta che plasmo come fosse un sasso, uscì dalla bottega andò verso la chiese e giunto in dentro essa, sotto il quadro della Madonna, lanciò quel sasso di creta contro il quadro, colpendo l’immagine in un occhio – interruppe il racconto un altro, proprio come ancora ora – già, disse il narratore, ma sembra che Beppo in ragione di ciò che fece e per no pagare il debito, fu condannato e ucciso. Un altro che ascoltava il racconto disse, bene è stata un offesa. Disse il narratore, forse sarà stata di certo un offesa al quadro, ma anche ora che sono passati secoli, l’occhio che compare come scuro sembra appena dipinto, ma nessuno sembra vederlo, accorgersene per ricordare il quadro, insultato da Beppo che sembra avere pulito il quadro in quel punto con quel sasso fatto dalle sue mani nella creta. Sembra che sia avvenuto ad alcuni visitatori di questo dipinto, ancor oggi, di vedere riflesso in esso un uomo che toccandosi i baffi lascia al visitatore un sorriso.

la barzelletta e il tempo

come fosse per dire comparazione, significato sul senso o semplicemente il tempo e un momento del racconto, forse il barzelletto. Per tutto il secolo scorso di alcuni anni fa molte crisi psichiche si manifestarono con il proclama di essere Napoleone e la questione ancor più rilevante fu quella dell’ambiente medico del come riuscire a capire “se fosse veramente Napoleone”. Allora un medico pensò di raccontare al paziente, molto paziente una barzelletta con la quale il paziente si sarebbe rivelato per quel era.

Per la rivoluzione Francese.

Un bel giorno il giorno dopo la distruzione della Bastiglia, come sempre accade, i commercianti e gli artigiani distrutta la galera Bastigliana tornarono a lavoro, mentre altri s’impegnavano a far lavorare la rivoluzione. Così due lavoratori andarono da Giosef, commerciante di vino, che come li vide disse, eilà, salve, salute. Salute Giosef, risposero gli amici, ai quali Giosef chiese, sapete dov’è Napoleone? Risposero all’unisono, dopo la distruzione della Bastiglia a corso via di gran lena e si è messo subito a marciare, verso l’Europa intera. Ma! sarà, ma qui all’oste, c’è un conto di bevute ch’è come un battaglion, chi lo paga. Al chè di questa barzelletta il medico rivolto al paziente gli chiedeva, lo paga lei.

Allora il silenzio può essere “apparente” ma la risata è schietta. E che dire di quella grande interlocuzione tra l’uomo e la sua immagine.

Ammirazione e

Un bel giorno come sempre dei tanti visitatori del museo del Louvre una persona estasiata si ferma davanti il quadro della Gioconda di Leonardo Da Vinci, pronto, passa di lì un addetto, che sorride con fare interlocutorio, La persona rivolgendosi, dice: Vorrei sentirmi importante come questo quadro. Allora può andare alla toilette, se si guarda allo specchio c’è anche un pennarello con cui può disegnarci dei baffi.

E allora il tempo è anche più tempo e la rappresentazione incredibilmente incredibile.

Il Tragitto

Oh quel giorno un tizio venne, disse. Cerco Giuseppe, quello che vende la frutta, per dissi, non lo conosco, qui c’è Mosè. Mosè, è il soprannome dissero. Allora è lì, in quell’orto del convento delle Suore, vada lì in quel cancello, s’è chiuso le chiavi le tiene Mosè, ma non sarà San Pietro, no, no, è Mosè è sicuro.

quando si fa silenzio

C’è un luogo dove gli uomini si fanno impauriti, come a dire che succede se amo. così disse, Endegardo Dibiscaglione. E la paura più grande è di non essere per questo amati. Così rispose, Genelao Dicostanza. E certo si continuo a dire, prima l’uno e poi l’altro, alternandosi l’uno e poi l’altro. Quindi se si vuole essere più forti per volontà, per sopraffarsi succede che si soccombe alla caducità del corpo imminente come fosse un pensiero fisso per avere più attenzione da ciò che ci anima, questa condizione ci fa vedere la nostra condizione troppo umana prescindendo appunto dall’affermazione della nostra volontà di potenza che è soggetta a tutti i perigli della natura che vorremo per noi soltanto e della spada che per quanto rinfoderi dal fodero si estrae e ridiscende. Allora ferma la spada la volontà è amore. Ferma la spada, ci vorrebbe per lo esempio una roccia, ma ancor più un significato, e, se la forma cambia il contenuto dell’essere trasforma, come fosse un crocifisso e la fede dell’amore in una preghiera infinita. Chi ascolta parla e chi parla è ascoltato, il silenzio è eloquente come la voce di Dio che non cessa mai di essere parola che ascolta e compie. Ma se lo amore libera la volontà dal volere, l’amore è vita e non bisogno, allora che paura può esservi di non essere amati e conoscenti dell’infinita anima che per qualunque terra ci amerà come possiamo trasformarci.

Eh! dici bene Genelao Dicostanza, ma quanto si praticano le donne è bene attenersi al detto: “Moglie e BUOI dei paesi tuoi. Ma lo dire ciò è tipico delle donne del tuo paese, che con facile eloquio, così esprimono la loro paura per cercare con sorte sociale del pensiero e dell’atto, la paura per pronunciare il loro editto, come fosse attributo del perche tu conoscetti donne di altro loco, mentre esse pretendeva obbedienza senza concedere ne amore o benevolenza per lo conoscere l’amore stesso e in cerca soltanto della virtute dell’apparenza chi io sia dove tu lo pensi.

Bene, ma da così tocca e del resto come puoi fare tu altrimenti. Ma come io ti dissi io appartengo, e Dio lo volle per questo, perche Io son di Terra e le mie donne le dico tutte terrestri e per lo quale non mi possono che toccare e senza remore o pensieri, perche tanto sono del luogo e del fatto e per questo mio stare, dovunque io vada sempre ognuna di esse mi appare, sia per fine che per concetto. Oh! bella mi rispondi così, e anco io allora son di Terra e le donne mie pure. AH! così mi dici, perche non ti vidi prima di ora innanzi a questo discorso? Ma è ovvio perche la terra è grande e non sempre ci si incontra, per lo vero si finge codesto quando si ci scontra? come per essere nel singolar tenzone colui che volle e non colui che ama per donzella partecipe. Ma singolar pensiero non ti ò mai visto in quel del Lazio, nella frazione, chiamarsi Terra, come di comune di Castelnuovo Parano. Diamo allora dato il mio non averti compreso, che ciò può essere perche io venni prima della vista di qualsiasi nuovo castello.

Il giorno appresso

il 1968 una festa o un ricordo, spesso una mappanza e un rivoluzione. Roba un poco da sciapotti e da far ridere? chissà una granconfusine. Sono forse cinquant’anni ormai e non si comprende perche a 50 anni sia una ricorrenza. E allora se penso a quei giorni disse uno dei tanti di quell’epoca, ricordo che le donne che si facevano rivoluzione mettevano le mini gonne come noi bambini con i pantaloncini corti, il che ci fece molto ridere e finalmente si parlò del sesso, dei fiori che facevano i figli e la pace come quelli dei cavoli in fiore. Così molte donne iniziarono a disegnare il proprio sesso con le mani e dicevano che il disegno era il loro e ne facevano quello che volevano, e, così per questo tra quelli che cercavano di essere liberi e quelli che volevano i diritti, vi era una grande differenza, i primi praticavano cercando il modo di fare quel che volevano con quel che potevano, anche niente come concetto del vuoto astratto riferito al denaro. Quelli che invece non avevano voglia di fare niente volevano essere visti come lavoratori di concetto. Quindi la pratica e la confusione del disegno. Così avvennero dei cambiamenti grazie al sentimento dei primi, i secondi dessero che occupavano dei posti e quindi rappresentavano lo stipendio. Ma appunto quei grandi fattori della libertà sessuale si espressero anche in questo modo nel racconto di uno dei tanti di quell’epoca.

La prima volta che ebbi una proposta sessuale era credo l’anno millenovecentosessantotto, chissà forse anche il 1969. Avevo circa cinque anni e due tipi dei comunisti italiani, anch’essi della stessa età, mi chiesero, se conoscevo il sesso, e dopo che riuscimmo a capire di cosa si stesse parlando dissi che sì lo conoscevo era ciò con cui un maschio e una femmina facevano i figli. Ma loro mi dissero che ci si poteva fare altre cose anche tra maschi, io risposi che si confondevano che i figli non si potevano fare. Mi dissero che si poteva provare piacere, ma non riuscivo a capire ancora in che modo e mi dissero che se ci spogliavamo si poteva provare piacere, e, allora chiesi loro se lo avessero mai fatto, risposero di sì e tanto fu la loro insistenza e la curiosità che gli dissi, va bene, scopriamo s’è vero. E mi dettero appuntamento per incontrarci più tardi in un altro posto. E qui nacque il primo ministero del comunista italiano, perche i tipi per paura che io dicessi cosa mi avevano chiesto iniziarono a dire in giro che ero stato io. Ma dato la provenienza camp chil nacque un pandemonio nel loro ambiente ateo sessuale in virtù dell’onore mancato del loro sedere ancora invisibile. Chiarito il gran casino che non si comprendeva dove iniziasse e dove finisse e dove delle topone ti potevano apparire all’improvviso senza che tu sapessi bene cosa fossero, né perche per poi sparire all’improvviso, la curiosità tornò e ci fu l’incontro. E il partito comunista italiano per chiarire il pensiero della sua dialettica e dei suoi iscritti fece l’arci gay. Ma tra i bimbi successe il vero pandemonio, tutti lo chiedevano e si dicevano di no per virtù della chiappa, per poi richiederlo e dire di sì alla curiosità da un altra parte, ci si conosceva era meglio, non ci si conosceva, era un triangolo era un disegno. E insomma dopo il grande bum ci fu una grande attesa prima di una donna vera. Del resto a tutte quelle che lo chiesi da Bambine che mi risposero di essere matto anche facendo finta di dirmi di sì come avviene spesso, furono da me così emancipate nel pensiero, ché furono loro a fare la domanda cui non dettero risposta e sempre in altra epoca con qualcun altro e che mi veniva a raccontare il fatto per vantarsi e io continuavo A DIR bene della ragazza. Insomma scusatemi il gerco, comunistico, ma molte donne non capiscono un “cazzo”. Del resto debbo confermare che lo donne comuniste italiana si sono sempre poste di quel tempo libertario un po’ come ultimo tango a Parigi se si vuole un po’ sorridere, in realtà. Tra quelle che non sapevano proporsi e per questo s’immaginavano il perche, immaginandomi senza conoscermi, e quelle cui io spiegavo cos’era il piacere insieme ed essere insieme e saper bene dove e perche, e per questo era più probabile e più “provabile” che divenisse una missionaria senza fare all’amore con me, come avesse già fatto con mille altri. Insomma ora che si fa categoria e germe il tempo dell’illazione e della fellazione figlia del progesterone, uno di quei tanti si sentì curioso naturalmente anche avendo ben chiaro quello che succedeva. Possiamo dire la stessa cosa o si ètutti veterinari quando si fa sesso.

Super Barzelletta

Un tipo entra in un aula di una scuola inglese per insegnare l’italiano.

Bene sapete dirmi qual è quella lingua che si scrive in un modo si pronuncia in un altro e a il significato pensato in un altro modo o scritto in un altra lingua? Tutti gli studenti iniziano a ridere. Perche ridete? uno studente risponde, ma perche non esiste. E il naso degli studenti incomincia a divenire rosso. Allora ditemi qual è quell’idioma linguistico che con lo stesso termine descrive cose diverse? ma l’italiano! esclama uno degli studenti. E il naso degli studenti diventa ancora più rosso, sembrano dei lucignoli, ma qualcuno dice all’altro di sembrare un lume.

Il tipo nel guardarli dice. Certo avete il naso rosso perche siete di carne e ossa, ma se foste come quel burattino fatto da Geppetto con un pezzo di  tronco di albero come narrato nella storia di Collodi, il vostro naso si allungherebbe, come quel pezzo di legno che in onore al Pino Geppetto chiama Pinocchio. Un piccolo occhio che si apre e osserva il mondo che vive e lo circonda. Il burattino è tale e rimane tale perche dice bugie che non conosce e quando le conosce osserva il suo naso e vede la fatina che gli dice la verità e torna bambino per fare le cose che dice e ascolta in sé e vede.

Ora vi chiedo cari studenti, c’è qualcuno che a una mela? Una studentessa si alza e ridendo di molto sorridendo dice, una mela non l’ò però ò un altro frutto o meglio frutta. Tutti gli altri studenti iniziano a ridere con il naso che si schiarisce. Una bella frutta, grazie. Se fosse un vegetale potrei mangiarlo, ma in questa condizione posso soltanto baciarti. Io.