Chakama

è mattino a chakama, e il sole che già rischiara si appresta ad illuminare. Una ragazza è un poco triste è davanti la porta dove c’è una scuola. Un suo coetaneo è insieme ad altri e mostra l’orologio che porta al polso. Un adulto guarda un poco incerto come se non volesse dire io sono qui e qui accade qual che accade, succede a me come ad un altro, quando succede. La terra non sporca i piedi se ci cammini scalzo, li tinge, colora di rosso. A Chakama la luce del giorno non spegne le lampadine elettriche della notte. Tutto comincia con alcuni suoni, poi le persone con le case in mattoni come scarsi edifici, si siedono o escono per cominciare il giorno. I “villaggi” con le case di terra e fango, sono da presso e frammiste nello spazio dell’Africa. Lo spazio è così molto più grande di questo piccolo luogo descritto con gli abitanti che vi vivono. A Chakama manca una persona e gli amici e chi l’à conosciuta è lì che spera e aspetta, prega. Per questo se accadono certe cose non è triste per le cose la ragazza dinanzi la scuola. L’amico di stanza forse non rimpiange il suo letto, i bambini forse non capiscono perche debba accadere così, ma che facciamo, si può immaginare pensino. A Chakama non sappiamo quando sia accaduto quel fatto, sembra che soltanto lì lo si sappia, gli altri nel mondo potrebbero conoscerlo in ogni altro istante del tempo, letto o raccontato, come fossero le stesse voci che sanno ch’è accaduto. Come se i giorni stanno ovunque ma pochi sanno. A Chakama una giovane donna si è vestita come se dovesse mediare tra la cultura e lo spazio, come se rappresentasse lo spazio fuori dalla cultura. Vestita da regina, o Dea sacrificale e simboli ancestrali e tempi della fede, come posizione o presenza. Lei forse con questo à mediato la frutta e il pomodoro, come per sentire che il colore è come il tempo. Come fosse un fuitina che non rappresenta ma comunica. E allora anche se non gioco, certo allegria, sicuramente confidenza. Dove nasce allora l’occultamento, da una reazione delle cose senza conoscenza, da intenzione d’intendi che non sono dove sono queste persone. Dal corpo come pretesa o simbolo, dal possibile “intermedio” che copre tutto per ristabilire un senso alla persona, di volontà o coscienza o pensiero, risolve o è augurabile. Un lavoro quella della mediazione come un linguaggio decodificato e uniformato, sembra una carriera sulla possibilità del non senso, o un conflitto su cui pensare. Ma c’è di mezzo la vita della persona che trasforma e cambia e vive altro o sceglie altro, la libertà come il sentimento. Ma il costrutto si muove e non differenzia, si rappresenta non a soggetto ma è ad incombenza. Allora chi rapisce Silvia Romano cerca o esegue – sta dove le persone cercano di differenziarsi dalle ipotesi come della coscienza, come di un villaggio mussulmano dove si spera si risolva ciò che non gli è proprio. Come dell’ipotesi della presenza a Chakama di persone note perche in passato aderenti a gruppi di propaganda estremistica, viste aggirarsi nel posto. Ma la sostanza dello spazio nel tempo e nell’intenzione, ci dice di chi può imprigionando ma non fa. Il tempo tra l’esecutore e il mandate è in un rapporto o in un controllo, il collasso dell’esecutore è palese o rappresentabile, il possibile che non sa dove fa a finire che coercizione di pensiero trova per risolvere un pensiero complesso e globale, ma una reale possibilità che la vita che imprigiona dà. La strada del possibile porta alla coscienza quella dell’impossibile alla dispersione. Se dovessi esprimere un mio convincimento in questo momento è quello che l’umana possibilità di darsi possa condurre la libertà stessa alla liberazione di Silvia Romano.

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