l’archetipo

Sentite questa parola. E per un poco fate di pensare che la pronuncia Eduardo De Filippo, così. Archetipo. E perche dico si può pensare a Eduardo! Perche Eduardo la vista nel suo artifizio, come soggetta al simbolo e all’immaginazione. Per chi consce la commedia: “Le voci di dentro” dico che essa appare proprio come sembra che il mondo potrebbe essere se ci si mettesse a pensare e spiegare l’Archetipo. Eduardo, così proprio preciso dice che succede al mondo e al simbolo e al significato stesso delle cose. E già, perche possiamo pensare ciò di questo evento del Teatro nella commedia, Le voci di dentro. Perche così ci appare il tempo come la spiegazione. Ma allora l’archetipo non esiste ma sembra esistere? Dipende. Si potrebbe rispondere. Il tema è già qualcosa di profondo, ma la tematica è già argomentata seppure non si spiega, ma si dice e si fa. Difatti, quello di cui parla Carl Gustav Jung è l’espressione stessa di cosa sia percepire e provare l’archetipo, come evento non del tutto spiegato ma risolutivo nella comunicazione dell’inconscio collettivo, ma che si fa individuo nella storia personale nel coscio e nella vissuto profondo di quella persona. Così l’archetipo è risolutivo per immagine e percezione e sentire. Come tra un dialogo tra la coscienza e l’ombra e che sviscera i suoi stati, l’archetipo raggiunge l’apice della risoluzione tra conscio e inconscio dell’anima psichica che indaga la condizione materiale della spiritualità nella consapevolezza presente dell’universalità di quella persona umana. Il manifestarsi di tutto ciò ch’è proprio di quella condizione umana, che deve ritrovare questa realtà per tornare a comprendere il presente e il suo tempo in vita essa si manifesta a questi livelli non in spiegazioni ma in risoluzioni che si collocano per immagini e significato in tutto il cammino di un percorso umano evoluto nel tempo in quel singolo manifestarsi e quell’individuo. Cosicché immaginare di formularsi come assoluto interprete di questo sé evolutivo, ma presente e personale è qualcosa che non completa il pieno contenimento questa universalità psichica e interiore e che si completa non soltanto nella percezione del sé, ma nell’esperienza possibile ma impossibile di ciò, come manifestazione e reale comunicazione e accettazione del possibile dialogo tra la coscienza e l’inconscio. Questa esperienza e questa immagine non è immaginabile è vivibile. Del resto se questo percorso è indispensabile non è del tutto accertabile come lo sono molte manifestazione dell’inconscio che accadono nella persona e che risolvono autonomamente la conflittualità che vi si può generare, può darsi senza che sia indispensabile conoscere ciò ch’è avvenuto nel loro rapporto di armonia. Ma quando la coscienza a bisogno di questo manifestarsi esso apparirà e si manifesterà nel sogno come nella percezione del presente armonico del quotidiano personale. Allora è bene comprendere quando c’è e quando è indispensabile e quando diviene altro, che si coniuga come avviene perfettamente, anche, nella commedia le voci di dentro di Eduardo De Filippo, come rappresentazione e simbolo di ciò ch’è vero ma viene detto impropriamente e spiegato come fatto non ben individuato. Del resto, ora potremmo citare l’esperimento fatto dall’esimio Cabito Calotto, l’antropologo – che in ragione di ciò per meglio comprendere l’attitudine a tale essere, appunto di antropologo – a posto alcune persone nella condizione diretta di ascoltare un esperienza e un evento personale direttamente dalla persona e nel suo luogo. Susseguentemente a ciò a lasciato queste persone intraprendere il percorso di studi che dovrebbero portarle, dovrebbero portarle, appunto ad essere un antropologo, Cosicché quando Cabito Calotto, l’antropologo a chiesto a costoro cosa avesse detto quel tal de tale in quel luogo – chi avesse risposto, chi a risposto, Già. Con le parole che ascoltò, Cabito Calotto l’antropologo disse e verificò la sua esperienza proponendo che sì, costui era adatto per essere un antropologo. Ma se qualcuno o qualcuna di codesti studiosi rispose, a risposto non con ciò che conobbe e ascoltò direttamente, dico direttamente dalla persona nel luogo. Cabito Calotto l’antropologo optò che l’attitudine all’antropologia non fosse completamente disponibile nel pensiero della persona che ascoltava e propose che così, si fosse più consono all’archeologia.

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